
Oggi mi sono svegliata con la luna storta anzi, con le lune storte. Si, perché non ne avevo solo una di traverso. Ho disegnato labirinti nella mia testa senza prevedere vie d’uscita, così mi sono trovata ingarbugliata nel mio stesso caos, cercando una luce in fondo al tunnel che avevo lasciato chiuso di proposito. Va così, a volte capita: ci si sveglia male. Non basta la luce del sole, il meraviglioso clima della Puglia, non basta il tazzone di caffelatte al risveglio, non basta una doccia d’acqua bollente per rigenerare e sperare che l’acqua faccia da calamita lavando via il grigio e trattenendoselo anche. Quando una giornata inizia in maniera non proprio ottimale mi riprometto sempre di cambiare prospettiva, non sempre ci riesco. A volte serve solo silenzio.
Ci sono tanti motivi per restare chiusi nei propri labirinti. Io, sinceramente, sono abbastanza amareggiata per il mondo: ma ditemi, vi capita mai di camminare per le vie della vostra città e non sentirla più “vostra”? E vi capita mai di avere l’impellente necessità di mollare tutto e andare via perché sprofondate nello sconforto generale di un’umanità sempre meno umana e luoghi che sembrano non appartenervi? Io la mia fuga me la immagino così: una casetta nel bosco, preferibilmente non lontanissima dal mare, tanti libri, un caminetto acceso, un bicchiere di vino, poche persone, ma buone. I miei amici a quattro zampe. Lontana da tutte le cose che mi rendono triste. Si, perché è così che mi sento. Impotente e triste davanti a tutto quello che vedo e sento ogni giorno. Dagli omicidi alle guerre, fino alle ingiustizie, fino ai diritti negati, piccoli e grandi, e infine alle cattiverie, all’indifferenza e ai commenti che leggo spesso e (malvolentieri) sugli articoli dei giornali per i quali scrivo, cose razziste, cattive, per nulla umane.
Nell’immaginare la mia fuga mi lascio travolgere dalla resa. Dove finiscono le mie “buone intenzioni”? Tutte le cose da fare, tutto quello che solo ieri sembrava facile e oggi mi sembra una montagna insormontabile? Il lavoro, lo studio, i corsi, la formazione, le idee, i progetti. Oggi mollerei tutto, fangoogle tutti gli input bellissimi, le idee. Tutto. Voglio restare in silenzio, mentre intorno tutto fa troppo rumore e a me, anche se sono cose apparentemente lontane, sfiorano come se fossi io la principale protagonista. Io, personalmente, ogni tanto, ho bisogno di prendere una pausa dal mondo, ho bisogno di isolarmi, perché questo mondo mi fa davvero paura. Troppa violenza, troppe maschere, troppa superficialità, troppa poca umanità. Credetemi, mi fanno svegliare male queste cose, quando riesco a dormire.
Così ogni tanto cerco di decomprimere, cerco di non pensare alle cattiverie che la gente scrive sotto gli articoli che parlano di diritti, cerco di non pensare alla guerra, a quanti morti ci sono, cerco di non pensare a questo governo, traccio vie di fuga e resto intrappolata nei miei labirinti perché non si può fuggire da tutto questo, ma non voglio farmi travolgere, non voglio far vincere le cattive intenzioni perché si scatena il panico: voglio cambiare il mondo, il mio e l’altrui, ma il mondo cambia a piccoli passi e a volte non si sa proprio da dove iniziare. Così scrivo, metto in ordine le idee. Mollo tutto per un attimo, non insisto, non mi sforzo di far andare per il verso giusto le cose, mi lascio trascinare dal flusso senza dimenticarmi di guardare il bicchiere sempre mezzo pieno e senza dimenticarmi, inoltre, di brindare comunque alla vita, perché nonostante tutto domani è sempre un altro giorno e anche dopo le notti più buie il sole sorge ancora. Non c’è dubbio. Così lascio che si riaccenda la fiamma della speranza, quella che mi fa andare avanti nonostante tutto, quella che mi fa trovare le vie d’uscita, che rimette a posto la luna e che mi permette di tornare ad avere buone intenzioni e di non lasciarmi contagiare da tutto il marcio che c’è nel mondo. Respiro, cerco la luce, ricucio le ferite, disegno una via d’uscita, prendo aria, respiro a pieni polmoni, torno dentro e riprendo il mio viaggio.
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