Il pomeriggio, alle tre, mi sorprendo sempre assopita in un angolo di terra che non è il mio. Qualcuno mi strappa via dai sogni, quelli che faccio ad occhi aperti, perché di pomeriggio non dormo. Qualche voce in lontananza mi ripete cose assurde, ed io penso che odio tremendamente le tre del pomeriggio: fuori c’è un tempo statico, nulla si muove, nessun rumore, silenzi eloquenti, clacson sempre meno frequenti. Sono sola in questo universo alle tre del pomeriggio, persino la caffettiera non mi avvisa, la fiamma balla, balla come mossa da un vento inesistente, ho freddo anche se fa caldo. Le tre del pomeriggio sono una condanna per chi ama il caos. Se doveste decidere di farmi del male seriamente, non avrei scampo rinchiusa in uno spazio temporale continuo che ripete, all’infinito, le tre del pomeriggio. Le tre del pomeriggio sarebbe una triste canzone, senza inizio, senza fine, senza nulla da dire, sarebbe una domenica perpetua con l’ansia del lunedì che incombe e la sbronza del sabato sera che divora testa e stomaco. Le tre del pomeriggio in fondo non mi hanno fatto proprio nulla di male, è che il tempo immobile io non lo posso sopportare.

 

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