La sua vita era un canto blues, era una danza gitana, una continua lotta, malinconica e irruenta, per riemergere dalle acque putride degli stagni della sua caotica esistenza. Contava i battiti del cuore come fossero beat impazziti, come fossero giri di basso e batteria incalzanti, con sprazzi di assoli accattivanti e disarmanti di chitarra, con parole malinconiche, sussurrate, poi raschiate, poi urlate, intonate, suonate in una stanza piccola: era pronta a stordirsi, era pronta a doparsi di suoni e parole. Non aveva bisogno di altro per riemergere, per trovare la forza di nuotare, sempre, contro corrente, come quella frase che le si era tatuata addosso quella notte in cui, lontana da casa, si fece la doccia sotto il cielo stellato, con una luna rossa che muoveva i suoi intenti, dettava i suoi istinti, in “direzione ostinata e contraria”. E anche quella volta, in quel giorno di primavera invernale, lasciò all’acqua il compito di raschiare la pelle, graffiarla con celata violenza per rigenerare, più forte, la carne dell’anima, per risvegliala da quel bellissimo oblio di cui non poteva fare a meno, quel continuo camminare sospesa tra il meglio e il peggio.

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